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La stretta della Corea del Sud sui giganti tech e lo spettro del Gattopardo - Intervento di Guido Scorza - MilanoFinanza

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La stretta della Corea del Sud sui giganti tech e lo spettro del Gattopardo
Intervento di Guido Scorza, Componente del Garante per la protezione dei dati personali
(MilanoFinanza, 2 settembre 2021)

La Corea del Sud è la prima nazione a tradurre in legge il vento antitrust che soffia forte da mesi in direzione di Google e Apple, tra l'altro contro le contestate pratiche commerciali attraverso cui i due giganti tech approfittano del loro ruolo di padroni delle rotaie per trarre il massimo vantaggio possibile dai vagoni che le percorrono.

La legge appena approvata dal Parlamento di Seul stabilisce che i gestori dei due app store dovranno consentire agli sviluppatori delle app di farsi pagare dagli utenti, per i servizi e contenuti venduti attraverso le loro app, anche utilizzando canali di pagamento diversi da quelli proprietari di Google e Apple, sottraendosi così al pagamento.di commissioni esose ai due giganti. È stato dato corpo alle istanze che rimbalzano da mesi da una parte all'altra del mondo e che hanno già visto Apple e Google trascinate in Tribunale da numerosi sviluppatori che vogliono essere liberati da quello che percepiscono come un ingiusto «balzello», figlio della posizione dominante conquistata dalle due multinazionali sul mercato globale delle app. Non sorprende che Apple e Google, abbiano risposto all'approvazione della legge con le stesse parole con cui da tempo ribattono alle contestazioni di sviluppatori e governi di mezzo mondo, ricordando che quelle provvigioni servono a garantire il buon funzionamento e l'affidabilità di piattaforme. Permettere che i pagamenti di miliardi di utenti transitino anche al di fuori dei loro store - sostengono - significa rendere l'ecosistema meno sicuro e condannare gli utenti a truffe, frodi e violazioni della privacy. Una mezza verità, naturalmente.

In parte un alibi per provare a giustificare una situazione difficilmente difendibile, in parte una constatazione innegabile perché è difficile attendersi, almeno nel breve periodo, che lutti gli sviluppatori di app a cui verrà consentito di vendere direttamente ogni genere di contenuto e servizio attraverso decine di canali diversi, sarà capace di garantire gli standard tecnologici e commerciali oggetti vamente elevati garantiti dalle due aziende.

Le ragioni del mercato e della concorrenza, insomma, potrebbero, in questo caso, non essere perfettamente allineate agli interessi di consumatori e utenti, forse, almeno, non nell'immediato. Si tratta peraltro di nodi che verranno inesorabilmente al pettine anche in Europa lungo l'iter normativo che dovrebbe condurre all'approvazione del Digital Market Act, il regolamento proposto dalla Commissione europea proprio per limitare, ridimensionare e governare lo strapotere commerciale - e non solo - acquisito da una pattuglia di gatekeaper digitali della quale, naturalmente, già fanno parte, sia pure solo in pectore, Google e Apple.

Uno dei pilastri del Digital Market Act, infatti, è proprio una progressiva apertura degli ecosistemi costruiti dalle big tech e sin qui chiusi in maniera tale da garantire ai loro creatori il massimo possibile controllo e, naturalmente, la massimizzazionedei profitti.

Tuttavia, regole e principi di diritto a parte è bene non dimenticarsi che non basta fissare un principio per ottenere un risultato perché l'universo digitale è ormai il regno degli algoritmi, delle interfacce e degli oligopoli dei dati, tutti elementi potenzialmentein grado di annullare qualsiasi effetto benefico del miglior esercizio regolatorio, eludendo, peraltro con il favore degli utenti sedotti da comodità, usabilità e facilità, qualsiasi precetto, regola o principio. D'altra parte, lo scorso 26 agosto prima che la Corea approvasse le nuove regole - nell'ambito di un accordo con alcuni sviluppatori di app americani che avevano promosso una class action Apple aveva già annunciato la modifica delle proprie policy nel senso di permet- tere agli sviluppatori di contattare, al di fuori dell'app, i propri utenti per proporre loro canali alternativi per il pagamento dei corrispettivi loro dovuti, fermo restando, naturalmente, che essa avrebbe continuato a incassare la provvigione, a seconda dei casi del 15% o del 30%, per tutti i pagamenti in transito all'intemo del proprio ecosistema.

In teoria, quindi, il principio alla base della nuova legge coreana era già stato fatto proprio da Apple, ma naturalmente il diavolo è sempre nei dettagli: una cosaè effettuare un pagamento attraverso servizi e interfacce a altissima usabilità e affidabilità come quelli super-collaudati della società di Cupertino, altra cosa è effettuare un acquisto, magari da 0,99 dollari, attraverso canali diversi difficilmente altrettanto immediati, fruibili e affidabili. Gli utenti, nella dimensione digitale, sono pigri e si lasciano guidare da chi disegna le interfacce, da chi propone loro le soluzioni più facili, dai black pattern che popolano gli ecosistemi digitali inducendoci a fare scelte solo apparentemente libere.

Ecco di questo profilo, forse, è arrivato il momento di occuparsi con intensità, convinzione e determinazione pari a quella che si mette nelle discussioni e nelle iniziative sui principi e sulle nuove regole del gioco perché, altrimenti, è elevato il rischio di risvegliarsi tra qualche anno e dover constatare che abbiamo cambiato tutto per non cambiare nulla.

Scheda

Doc-Web
9695295
Data
02/09/21

Tipologia

Interviste e interventi