I nostri dati hanno un valore economico, quindi sono tassabili? -...
I nostri dati hanno un valore economico, quindi sono tassabili? - Intervista a Guido Scorza
I nostri dati hanno un valore economico, quindi sono tassabili?
La Procura di Milano contesta a Meta un’evasione fiscale da 887 milioni. Effetto di una tesi potenzialmente dirompente, e cioè che i dati in qualche modo siano una merce. Intervista a Guido Scorza del collegio Garante della Privacy
Intervista a Guido Scorza, Componente del Garante per la protezione dei dati personali
(di Arcangelo Rociola, La Stampa, 17 dicembre 2024)
Relazione ‘sinallagmatica’. Se si vuole comprendere perché la Procura di Milano contesta a Meta 887 milioni di evasione fiscale tocca comprendere questo inusuale termine giuridico che ha le radici nel greco antico. Per i giudici, acconsentire all’uso dei propri dati in cambio di un accesso gratuito a un servizio è di fatto un contratto. Synàllagma, nella lingua di Socrate e Platone.
Che vuol dire? Che in quanto contratto prevede uno scambio di qualcosa. L’accesso a un servizio in cambio dei dati. Dati che diventano quindi una merce. Che chi ne entra in possesso dopo l’iscrizione usa per farci dei soldi tramite la pubblicità. Uno scambio (quello tra utente e piattaforma) gratuito, ma che comunque consente a Meta (o chi per essa) di trarne un profitto. Una tesi potenzialmente dirompente. Perché equipara il dato a una merce e che come tale il suo utilizzo per fini commerciali deve essere sottoposto a tassazione. Dati personali, un controvalore alternativo al denaro
L’accusa della Procura - quella di Milano si conferma la più attiva storicamente nelle contestazioni a Big Tech - è che Meta abbia omesso di dichiarare l’IVA tra il 2015 e il 2021 su 4 miliardi di imponibile, pari a 887 milioni di tasse non pagate. Quei 4 miliardi sono il valore stimato dalla Procura di quanto valgono i dati che i cittadini italiani cedono a Facebook, Instagram e WhatsApp in cambio dell’uso gratuito della piattaforma. Al momento non è chiaro come i giudici abbiano calcolato quelle cifre. L’indagine è stata chiusa il 9 dicembre scorso e poco è emerso finora sulle ragioni dietro i numeri contestati. Ma la tesi è chiara. Se in giudizio dovesse essere dimostrata potrebbe avere conseguenze enormi sull’intero mercato di Internet che sulla gratuità di quasi tutto si regge.
“L’ipotesi della Procura è che i dati personali siano un controvalore alternativo rispetto al denaro. E con quel controvalore Meta si fa pagare dagli utenti”, commenta contattato da Italian Tech Guido Scorza, avvocato, membro del consiglio del Garante della privacy. “La tesi dei giudici è chiara: è vero che i social network non chiedono agli utenti un prezzo in denaro, ma questo non significa che non ottengano una utilità economica in Italia. E su quella utilità i giudici contestano il pagamento dell’IVA”. L’imposta sul valore aggiunto, e il valore aggiunto nella fase di utilizzo dei dati di cui entra in possesso per farne pubblicità è chiaro, ed è stato stimato in 4 miliardi. Effetto diretto di questo rapporto sinallagmatico.
L’impatto sulla privacy, l’impatto sui mercati digitali
“Questa tesi ha un impatto diretto sulla privacy perché la posizione più diffusa e radicale vede per natura stessa la privacy - che è un diritto fondamentale - non può essere oggetto di scambio, non può stare sul mercato. E soprattutto non posso cederlo in cambio di qualcosa”, come l’accesso a un servizio. Questo implicherebbe scenari poco auspicabile, come un mercato dei diritti che si basa sul fatto che molti pur di accedere a un servizio rinuncino a qualcosa di fondamentale e inalienabile. “Se la tesi della Procura risultasse fondata la cosa potrebbe avere un impatto su diversi mercati”, continua Scorza. Dove ogni azienda, ogni settore, diventerebbe un caso a sé. “Il dato vale per quanta conoscenza dà. Lo stesso numero di telefono in mano a 10 aziende diverse dà 10 monetizzazioni diverse. Non ha un valore assoluto, ma relativo al tipo di azienda che lo ha e che uso ne fa”.
Ma questa idea di un dato personale che diventa merce di scambio, sottoposta per giusta a tassazione Iva, non è in contrasto con la legge europea sui dati personali?
“La Gdpr è neutra, non pensa né guarda al mercato. Ma la tesi che si può evadere il pagamento dell’Iva sui dati è difficilmente compatibile con l’interpretazione più diffusa, e cioè che la privacy non può diventare bene giuridico scambiabile”, conclude Scorza. Non che la Procura la intenda così, né che nella sua accusa dica che sia giusto o sbagliato. Ma fotografa una situazione. E ne chiede conto. Situazione contestata da Meta che per ora ha solo fatto trapelare tramite un portavoce di essere “fortemente in disaccordo con l'idea che l'accesso da parte degli utenti alle piattaforme online debba essere soggetto al pagamento dell'Iva". I tempi per chiarire la natura del dato personale e della sua commercializzazione si preannunciano lunghi.
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